"C'è più semplicità e vita in una cellula staminale di quanta non immaginiamo"

Trasfusione di sangue cordonale autologa una svolta negli interventi cardiochirurgici neonatali

13-12-2016


Questo post é stato scritto da Luana Piroli

inscientiafides-foto-neonataleGrandi novità grazie all’utilizzo del sangue cordonale  nei neonati sottoposti a chirurgia cardiaca.

La trasfusione di sangue cordonale autologo godono di diversi vantaggi:

- sono praticamente prive di reazioni immunitarie ed infezioni proprio perché autologhe

- ha una proprietà particolarmente benefiche grazie all’alto livello di citochine anti-infiammatorie e la presenza di emoglobina fetale.

- può essere raccolto alla nascita senza alcun dolore e in totale sicurezza sia per la mamma che per il bambino.

Ma quale è questa grande novità presentata in questo studio scientifico pubblicato a Settembre 2016?

Una trasfusione di sangue è quasi inevitabile negli interventi di cardiochirurgia neonatale.

Questo studio mira a valutare la fattibilità di usare il sangue autologo del cordone ombelicale per il bypass cardiopolmonare (CPB) come alternativa ad una allo-trasfusione in chirurgia cardiaca neonatale.

Il test è stato effettuato su 20 pazienti fra il 2012 e il 2014 ai quali era stato diagnosticato prima della nascita una malattia cardiaca congenita che avrebbe richiesto un intervento chirurgico.

La quantità media di sangue del cordone ombelicale raccolto è stata di 72.5 ml (da 43 a 105 ml), l’ematocrito mediano è stato del 48,7% (da 32,0 a 51,2%) e le culture batteriologiche aerobiche sono risultate negative in tutti i campioni.

L’età mediana e il peso corporeo al momento dell’intervento è stato rispettivamente di 11 giorni (da 0 a 21 giorni) e di 3,2 kg (da 2,2 a 3,7 kg).

In questo studio il sangue del cordone ombelicale è stato utilizzato per il CPB priming in chirurgia cardiaca neonatale per diverse motivazioni:

- il sangue del cordone ombelicale può essere utilizzato interamente senza problemi di sovraccarico di volume

- il sangue cordonale, in quanto ricco di citochine anti-infiammatorie

- ha il potenziale di ridurre la risposta infiammatoria sistemica, che rimane una delle principali cause di lesioni associate al CPB.

Tale esperienza clinica è  incoraggiante, ha dimostrato la fattibilità dell’utilizzo del sangue del cordone ombelicale autologo per interventi di cardiochirurgia neonatale e la sicurezza del metodo descritto.

Tuttavia, questo studio presenta alcune limitazioni come il ridotto numero di pazienti. Si tratta sicuramente di uno studio preliminare per valutare la sicurezza e la fattibilità di una nuova strategia interventistica in cardiochirurgia neonatale.

In conclusione, il sangue del cordone ombelicale autologo può essere utilizzato come alternativa al pRBC per il CPB priming in cardiochirurgia neonatale congenita quando la gestione del paziente viene attentamente pianificata.

NON BUTTARE LE STAMINALI DA CORDONE OMBELICALE AL MOMENTO DEL PARTO E’ MOLTO IMPORTANTE.

 

* Fonte:

Korean Circ J. 2016 Sep;46(5):714-718. Epub 2016 Sep 28.

Cardiopulmonary Bypass Priming Using Autologous Cord Blood in Neonatal Congenital Cardiac Surgery.

Eun Seok Choi, MD1, Sungkyu Cho, MD2, Woo Sung Jang, MD3, and Woong-Han Kim, MD2 1 Department of Thoracic and Cardiovascular Surgery, Sejong General Hospital, Bucheon, 2 Department of Thoracic and Cardiovascular Surgery, Seoul National University Children’s Hospital, Seoul National University College of Medicine, Seoul, 3 Department of Thoracic and Cardiovascular Surgery, Kyungpook National University Hospital, Kyungpook National University College of Medicine, Daegu, Korea

Diabete di tipo 2 e staminali del cordone ombelicale

01-11-2016


Questo post é stato scritto da Luana Piroli

Newborn cute infant baby with umbilical cordQuesto studio pubblicato ad Aprile 2016, valuta l’effetto delle cellule mesenchimali del tessuto cordonale (WJ-MSC) per il trattamento del diabete di tipo 2.

Il diabete mellito di tipo 2 è di gran lunga la forma di diabete più frequente (interessa il 90% dei casi) ed è tipico dell’età matura.

È caratterizzato da un duplice difetto: non viene prodotta una quantità sufficiente di insulina per soddisfare le necessità dell’organismo (deficit di secrezione di

insulina), oppure l’insulina prodotta non agisce in maniera soddisfacente (insulino-resistenza). Il risultato, in entrambi i casi, è il conseguente incremento dei livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia).

Questo tipo di diabete è detto non insulino-dipendente perché l’iniezione di insulina esterna, a differenza del diabete di tipo 1, non è di vitale importanza.

Le cause alla base dell’insorgenza della malattia vanno generalmente ricercate in fattori ereditari ed ambientali.

Attraverso studi approfonditi si è evidenziato che esiste un fattore di trasmissione ereditario, non ancora ben chiarito, che espone alcune popolazioni o addirittura alcune famiglie a tale patologia. All’ereditarietà si affiancano aspetti caratteristici della persona quali l’obesità: le cellule hanno bisogno di zucchero per vivere, tanto maggiore è il numero di cellule da alimentare tanto maggiore sarà il fabbisogno di insulina. Nelle persone obese, quindi, l’insulina viene prodotta ma non in quantità sufficiente.

In questo studio sono stati arruolati 61 pazienti di età compresa fra 18 e 60 anni.

I pazienti sono stati divisi in due gruppi:

- GRUPPO 1 ai quali sono state eseguite due iniezioni di cellule WJ-MSC (staminali da tessuto cordonale dette mesenchimali) a distanza di un mese l’una dall’ altra;

- GRUPPO 2 soggetti che hanno ricevuto due infusioni di soluzione fisiologica (gruppo di controllo).

Per i pazienti di entrambi i gruppi è stata consigliata una dieta (circa 1500 calorie giornaliere) ed esercizio fisico almeno tre volte a settimana.

In entrambi i gruppi, se necessario, i pazienti sono stati sottoposti al trattamento con insulina.

I pazienti sono stati quindi monitorati per un periodo di 36 mesi successivo al trattamento, ed principali parametri di valutazione della glicemia, della funzionalità delle cellule β del pancreas, della insulino-resistenza sono stati monitorati per tutto il periodo.

I dati pubblicati in questo lavoro dimostrano come l’utilizzo delle WJ-MSC (staminali da tessuto cordonale)  possa avere un effetto migliorativo sull’iperglicemia e possa migliorare la funzionalità delle cellule β del pancreas, quasi il 60% dei pazienti del GRUPPO 1 infatti, ha esibito una diminuzione di più del 50% della richiesta di insulina.

Inoltre, dato altrettanto significativo, il trattamento con WJ-MSC è stato in grado di ridurre l’incidenza di complicanze dovute al diabete.

Nel gruppo trattato con le cellule staminali (GRUPPO 1) non si è verificato un aumento dell’incidenza di retinopatie, neuropatie e nefropatie a differenza del nel gruppo non trattato (GRUPPO 2). Inoltre non si sono verificati severi effetti avversi a seguito ad iniezione con WJ-MSC, ma solo minori episodi di ipoglicemia, di livello comparabile fra i due gruppi.

I ricercatori concludono dicendo che l’iniezione di WJ-MSC, ovvero staminali ottenute dal tessuto cordonale, potrebbe essere considerato un futuro potente trattamento per la cura del diabete tipo 2.

E’ necessario quindi, fare nuovi trial clinici con un numero superiore di pazienti, per poter meglio verificare gli effetti dell’iniezione di WJ-MSC. Nel testo viene inoltre suggerito come l’aumento del numero di iniezioni potrebbe migliore i risultati del trattamento.

Come facciamo ad avere a disposizione le staminali da WJ-MSC?

Raccogliendole al momento del parto dal cordone ombelicale.

Attraverso una procedura di estrazione dei precursori di staminali possono essere conservate a lungo termine e mantenute in caso in bisogno.

La loro efficacia sta diventando sempre più promettente in quanto le staminali MSC ovvero mesenchimali sono estremamente utili nella medicina rigenerativa.

*Long term effect and safety of Wharton’s jelly-derived mesenchymal stem cells on type 2 diabetes.

JIANXIA HU1*, YANGANG WANG1*, HUIMIN GONG2, CHUNDONG YU3, CAIHONG GUO4, FANG WANG5, SHENGLI YAN5 and HONGMEI XU6.

Studio con staminali emopoeitiche per sconfiggere il Linfoma a cellule T


Questo post é stato scritto da Luana Piroli

staminali_emopoietiche_inscientiafides_biobanca_sanmarino

Sempre più spesso si parla di trapianto autologo che significa con cellule staminali proprie.

Molti sostengono che il trapianto autologo sia poco efficace pur trascurando che ad oggi riguarda il 59% dei trattamenti con l’utilizzo di staminali.

Di questo parla la pubblicazione scientifica pubblicata sul Blood Cancer Journal; studio che dimostra l’importanza del trapianto di staminali proprie in linfomi a cellule T, ricerca che evidenzia il beneficio del trattamento e raggiunge ottimi risultati.

Avere le proprie staminali a disposizione diventa sempre più importante. Non buttare il proprio patrimonio biologico non è cosa da sottovalutare.

Di cosa stiamo parlando?

Di una malattia molto aggressiva che ad oggi è difficilmente aggredibile, anche con le terapie convenzionali.

Il linfoma a cellule T periferiche (PTCL) comprende un gruppo di malattie ematologiche maligne rare e eterogenee, caratterizzate da un decorso aggressivo.

Il linfoma è la forma più comune di tumore maligno ematologico, o “cancro del sangue”, nel mondo.

Nel loro insieme, i linfomi rappresentano il 55,6% di tutti quelli del sangue.

La ricerca cosa sta facendo e dove sta indirizzando lo sguardo?

Accanto agli studi basati su trattamenti chemioterapici, sono stati condotti negli ultimi anni diversi studi clinici sul ruolo del trapianto autologo con staminali emopoietiche  in questi pazienti.

Dove si trovano le staminali emopietiche e cosa significa trapianto autologo?

Le staminali emopoeitiche si trovano nel midollo osseo, nel sangue cordonale e in piccola quantità nel sangue periferico.

Trattamento autologo significa con cellule staminali proprie.

Quindi averle a disposizione è importante in caso di necessità?

Certamente, averle immediatamente a disposizione è importante in quanto il loro utilizzo autologo cresce sempre di più; è il nostro patrimonio biologico!

Lo studio che abbiamo analizzato cosa dimostra?

In questo articolo vengono presentati i dati di follow up di 111 pazienti con età media 49 anni monitorati per circa 5 anni dopo il trapianto autologo di staminali; quasi tutti in stadio avanzato di malattia.

Come hanno fatto ad ottenere le loro staminali emopoietiche?

Non avendole a disposizione perchè raccolte al momento della nascita dal sangue cordonale hanno dovuto sottoporre i pazienti a “mobilizzazione” per ottenere le staminali necessarie al trapianto autologo attraverso un farmaco (processo non sempre applicabile).

Su 111 solo 75 pazienti sono riusciti a completare lo studio (coloro che non sono riusciti a completarlo è perchè dopo il trattamento chemioterapico hanno avuto una recidiva precoce).

Di questi 75 pazienti il 39% ha completato il percorso mantenendo una remissione da malattia; vista l’aggressività della patologia è un ottimo risultato.

Questi dati, uniti ai risultati di altri studi clinici pubblicati in anni precedenti, fanno pensare che cicli intensivi di chemioterapia seguiti da trapianto autologo di cellule staminali emopoietiche, possano essere una valida strategia come terapia di prima linea in pazienti affetti da linfoma a cellule T periferiche.

Le staminali sono il nostro patrimonio biologico, la loro capacità rigenerativa ci aiuta durante la nostra vita.

Non disperdere questo patrimonio è importante.

Raccogliere le staminali da cordone ombelicale alla nascita è fondamentale!

*FIRST-LINE THERAPY OF PERIPHERAL T-CELL LYMPHOMA: EXTENSION AND LONG-TERM FOLLOW-UP OF A STUDY INVESTIGATING THE ROLE OF AUTOLOGOUS STEM CELL TRANSPLANTATION

M Wilhelm, M Smetak, P Reimer, E Geissinger, T Ruediger, B Metzner, N Schmitz, A Engert, K Schaefer-Eckart and J Birkmann

Blood Cancer Journal (2016) 6, e452