"C'è più semplicità e vita in una cellula staminale di quanta non immaginiamo"

Cellule staminali del sangue da cordone ombelicale riparano i danni cerebrali

05-12-2013

Questo post é stato scritto da Luana Piroli

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Si parla molto di cellule staminali

in questi giorni:

Stamina Foundation insegna.

Ma cosa sta realmente accadendo

nel mondo scientifico

con l’utilizzo delle cellule staminali?

Un recentissimo studio (*) pone particolare attenzione all’utilizzo e l’efficacia delle cellule staminali da cordone ombelicale utilizzate per riparare i danni cerebrali.

“Tra i trials clinici (progetti di ricerca) citati in questo articolo, si sottolinea quello condotto da Joanne Kurtzberg presso la Duke University di Durham. Lo studio prevede l’utilizzo di cellule staminali di sangue da cordone ombelicale autologo (con cellule staminali proprie) in bambini con paralisi cerebrale. In questo trial (progetto di ricerca) è stata reclutata anche una bimba di 4 anni italiana affetta da paralisi cerebrale fin dalla nascita. A distanza di cinque mesi dall’inizio del trattamento, i risultati sono molto positivi sia nel linguaggio che nel tono muscolare.”

Cosa accade e perché si presentano danni cerebrali nella primissima infanzia?

Durante lo sviluppo fetale, il parto o la prima infanzia, possono verificarsi situazioni di ischemia o grave ipossia cerebrale che causano encefalopatie (principali cause di morte nel neonato) o disabilità neurologica permanente, come la paralisi cerebrale.

Le cellule staminali contenute nel sangue del cordone ombelicale cosa hanno dimostrato?

Il sangue del cordone ombelicale contiene una gran varietà di cellule staminali e progenitrici, che hanno il potenziale di generare diversi tipi cellulari.

Nel 1989 è stato dimostrato che le cellule staminali da sangue del cordone ombelicale possono essere impiegate in clinica nel trapianto di cellule staminali emopoietiche per la cura di oltre 70 gravi patologie del sangue come ad esempio le leucemie, i linfomi ed i mielomi.

Le cellule staminali di cordone ombelicale sono più immature della loro controparte midollare e hanno pertanto un maggiore potenziale proliferativo e una più alta vitalità dopo crioconservazione.

Oltre 30.000 trapianti dimostrano la loro grande efficacia.

Uno studio pubblicato nel 2010 ha dimostrato che queste cellule staminali sono in grado di indurre rigenerazione cellulare anche nel sistema nervoso centrale.

L’unità di sangue da cordone ombelicale è ricca non solo di progenitori emopoietici ma anche di linfociti T regolatori, monociti, cellule staminali mesenchimali, cellule progenitrici endoteliali e precursori stromali.

Una ricchezza di cellule che conferisce a questa sorgente un grande potenziale nel trattamento dei disordini neurologici.

Un recente studio preclinico ha dimostrato che il trapianto di unità di sangue da cordone ombelicale è in grado di migliorare l’abilità motoria sensoriale in modelli murini (topi da laboratorio) affetti da danno cerebrale dovuto a ipossia (2011).

Nel 2012 in seguito a trapianto di cellule staminali da sangue del cordone ombelicale sono stati evidenziati:

• aumento del riparo tissutale

• miglioramenti cognitivi

• effetti positivi nella corteccia somato/sensoriale primaria

• aumento della proliferazione di cellule neuronali endogene.

Le terapie che si basano sull’utilizzo delle cellule staminali da sangue del cordone ombelicale hanno senza dubbio un grande potenziale per il trattamento di un’ampia gamma di disordini neurologici, inclusi i danni cerebrali perinatali ma, è necessario tuttavia precisare, che ci sono ancora molte questioni circa i tempi di somministrazione, il dosaggio ottimale, il tipo di cellule più appropriato, le strategie per i trattamenti, che necessitano di risposte precise per un uso clinico più sicuro.

La strada è tracciata ma il percorso ed il lavoro sono ancora in salita.

Non ci si può improvvisare nel nostro lavoro, sono in gioco le vite delle persone.

Serve regolamentazione, professionalità e tanta pazienza.

 

* Margie Castillo-Melendez, Tamara Yawno, Graham Jenkin and Suzanne L. Miller – Neuroscience, 2013 (7; 194).

 

 

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